Guardo il cielo. Splendide nuvole, enormi masse vaporose, si muovono placide, da un lato, mentre dall'altro formano una spessa coltre violacea e minacciosa. La luce del sole filtra e regala bagliori, mentre l'azzurro si staglia tra i vuoti lasciati dal bianco e dal grigio.
Uno scatto perfetto, gli occhi catturano, il cervello registra.
No, un attimo, è spuntato un filo della luce e là un'antenna, elementi estranei che turbano la bellezza del momento.
Ancora una volta gli occhi hanno guardato dal basso, da una prospettiva viscerale, piena di ostacoli. Lo sguardo non spazia, resta ancorato alla Terra e, quel che è peggio, è che spesso si proietta all'esterno da un veicolo in movimento, attraverso la cornice del parabrezza, cambiando repentinamente inquadratura.
Il cervello riesce a superare gli elementi di disturbo mentre l'occhio elettronico della fotocamera li capta tutti. Non ha la meravigliosa capacità di guardare oltre le brutture, mentre l'occhio umano e il cervello vanno oltre la superficie, a scoprire il bello che c'è dentro le cose e le persone.
Un fotografo riesce a fare questa operazione con la macchina fotografica, diretta estroflessione del suo occhio e del suo cervello, ma anche del suo cuore. Gioca con la luce e con le prospettive, si aggrappa alle ombre, sfida i colori, guarda la realtà con uno sguardo diverso e la racconta in uno scatto, riuscendo a comunicarne l'essenza.
Attraverso l'occhio metallico restituisce a chi guarda la bellezza nascosta.
Io non sono un fotografo, ma a volte mi piacerebbe esserlo.